EXPO 1906
L’ESPOSIZIONE INTERNAZIONALE DEL SEMPIONE, MILANO 1906, Ilaria M. P. Barzaghi
Il 28 aprile 1906 si inaugurava a Milano l’Esposizione Internazionale, originariamente pensata per celebrare il traforo ferroviario del Sempione, che apriva l’Italia agli scambi commerciali e culturali con il resto dell’Europa. La grande kermesse, dapprima riservata ai mezzi di trasporto e di comunicazione, andò ben presto ampliando il proprio raggio di interesse, fino ad includere in teoria ogni settore produttivo.
A quasi cinquant’anni dall’Unità, l’Italia, in piena fase di decollo economico, era finalmente all’altezza di esporre i prodotti della propria industria, oltre che - com’era tradizione – i frutti della creatività artistica, confrontandosi con il resto del mondo senza troppi complessi d’inferiorità rispetto alle nazioni economicamente più avanzate. Erano infatti presenti, tra le altre, Inghilterra, Germania, Francia, insieme a Svizzera, Belgio, Austria, Ungheria, Bulgaria, Olanda, Canada, Danimarca, Cina, Repubbliche Sudamericane, Cuba, Giapppone, Portogallo.
Implicito riferimento e modello a cui ispirarsi erano le grandi Esposizioni Universali, che si susseguivano dalla metà dell’Ottocento in Europa e nel resto del mondo (a partire dalla Great Exhibition of the Works of Industry of all Nations di Londra del 1851, poi a Parigi, Vienna, Chicago, Philadelphia...), da cui tuttavia l’esposizione milanese si differenziava per essere nata come mostra a tema, con lo scopo di onorare un grande risultato dell’Italia (e della Svizzera), promuovendo e diffondendo le conoscenze scientifiche applicate per il benessere di tutti i popoli, e in quanto caratterizzata da un particolare slancio utopico sociale.
MILANO LABORATORIO DELLA MODERNITÀ
Sede di questa prestigiosa affermazione nazionale non poteva essere che la città di Milano, la capitale morale ormai da più di vent’anni (e nonostante i tragici avvenimenti del 1898), all’avanguardia nello sviluppo del paese: vero e proprio laboratorio della modernità in Italia.
La rassegna nel suo complesso era uno straordinario tributo al lavoro dell’uomo e al progresso scientifico, tecnico e industriale: una celebrazione della vittoria dell’uomo sulle forze della natura, simbolicamente rappresentata dal successo dell’impresa del Sempione, a cui era infatti dedicata l’entrata principale dell’Esposizione, ovvero un padiglione all’interno del quale era possibile percorrere un fac-simile del tunnel.
IL PROGRESSO IN MOSTRA
Avevano quindi il massimo rilievo i settori più innovativi, a cominciare dalle comunicazioni e dai trasporti di terra, mare e aria: la Mostra dell’Automobilismo e del Ciclismo, la Mostra Ferroviaria, Postale, Telegrafica e Telefonica (la più importante), la Stazione Radiotelegrafica, la Mostra Aeronautica, la Mostra Stradale, la Mostra della Marina.
La grande Galleria Internazionale del Lavoro per le arti industriali documentava i più moderni sistemi di produzione, grazie alla presenza quotidiana di centinaia di operai che realizzavano interi cicli produttivi sotto gli occhi dei visitatori, ed era affiancata dal Padiglione delle Industrie Seriche. Le Mostre Temporanee Speciali Internazionali invece accoglievano più di tremila espositori appartenenti a vari settori, tra cui il chimico, il farmaceutico e l’alimentare. Un altro aspetto del progresso era rappresentato dalla Mostra della Previdenza e dell’Igiene.
La Mostra di Arti Decorative (applicate) doveva testimoniare gli sforzi fatti per coniugare bellezza e produzione industriale in serie (siamo ai prodromi del design industriale), mentre la sezione Agraria illustrava come il settore tradizionale per eccellenza andasse trasformandosi in industriale.
Di grande richiamo erano anche il Padiglione della Città di Milano, la Mostra del Lavoro degli Italiani all’Estero e il Padiglione del Duomo di Milano, in cui purtroppo, a causa dell’incendio divampato il 3 agosto, andarono distrutti molti preziosi oggetti conservati da secoli nella cattedrale.
C’erano inoltre spazi dedicati all’arte: una Mostra di Belle Arti, nazionale per non interferire con l’internazionalità di cui era titolare la Biennale di Venezia, con alcuni padiglioni aggiuntivi (spiccavano su tutti le personalità di Segantini e Previati) e la Mostra di Architettura.
Una visita all’Esposizione non si esauriva però in un percorso culturale di informazione e aggiornamento sulle più recenti acquisizioni della scienza, della tecnica e della produzione industriale. Era anche una festa popolare: in linea con l’esempio consolidato delle grandi expo universali, soprattutto parigine, non mancavano i cosiddetti “divertimenti”, le attrazioni in stile Luna Park, cinematografi, concerti, spettacoli (tra cui particolare curiosità suscitò il circo di Buffalo Bill), bar e ristoranti, dove gli aspetti sociali della vita moderna (urbana) erano predominanti e la folla diventava protagonista – come del resto nelle messinscene rituali delle cerimonie ufficiali, o durante le visite dei Reali. I visitatori paganti furono oltre sette milioni e mezzo.
Un manifesto estremamente efficace, di notevole densità simbolica, invitava italiani e stranieri all’Esposizione: un Mercurio (divinità veloce dei commerci e delle comunicazioni) colore del fuoco, col classico caschetto alato, è alla testa di una locomotiva che sta per uscire da un tunnel ferroviario (quale, se non il Sempione) negli spazi aperti della pianura padana, in cui in lontananza si intuisce la piccolissima sagoma del Duomo di Milano. Non lo vediamo in viso: è di schiena - la muscolatura guizzante - proteso in avanti, rivolto esclusivamente al futuro. Accanto a sé ha un’elegante figura femminile: forse la Scienza, o l’Industria, in ogni caso la sua compagna in questo percorso dal buio alla luce del progresso.
PRIMA DELLA FIERA E DELLA TRIENNALE: LA CITTÀ BIANCA
L’Esposizione Internazionale del 1906 occupava circa un milione di metri quadri su due aree distinte ma unite da un’avveniristica (per allora) ferrovia elettrica sopraelevata: il Parco del Castello Sforzesco (dall’Arco della Pace al Castello) e la Piazza d’Armi, che diciassette anni più tardi sarebbe diventata la sede della Fiera di Milano, di cui l’Esposizione del Sempione costituisce – mutatis mutandis - non solo il precedente diretto, ma anche il presupposto originario.
Nel Parco si raccoglievano gli padiglioni dedicati ai temi più tradizionali e “di rappresentanza”, come l’ingresso d’onore, le Belle Arti, l’architettura, le arti decorative, mentre la Piazza d’Armi ospitava le sezioni più tecniche (a partire dalla mastodontica Galleria del lavoro).
Questa distribuzione dei diversi settori nelle due sedi collegate ci segnala una inaspettata continuità tra l’Esposizione del Sempione e due grandi istituzioni espositive come la Fiera e la Triennale di Milano, rispettivamente dedicate l’una a industria e commercio, l’altra alle arti decorative (oggi, al design).
Come si usava per l’architettura allora detta “esposizionale”, gli oltre duecento edifici realizzati erano effimeri (tutti, tranne l’Acquario di viale Gadio). Costruiti con materiali precari, come il gesso, la cartapesta e il cartongesso, conferivano complessivamente all’Esposizione l’aspetto di una Città Bianca: appellativo coniato dal poeta Giovanni Bertacchi in alcuni versi d’occasione, che si diffuse rapidamente divenendo molto popolare.
Dal punto di vista architettonico, la Città Bianca segnò in Italia un momento di grande successo dello “stile moderno”, il liberty, benchè qui non fossero affatto rappresentate le sue varianti più limpide e ispirate, come non sfuggì allo sguardo degli osservatori più acuti.
ESPOSIZIONI E MODERNITÀ
La rassegna del 1906 cadeva venticinque anni dopo l’Esposizione Industriale Nazionale di Milano del 1881, con la quale gli ambienti tecnici e produttivi milanesi che la promossero avevano voluto mettere a fuoco la situazione economica del paese, facendo il punto sul progresso compiuto e al tempo stesso sui problemi che restavano ancora da affrontare e risolvere.
Con l’autonomia d’iniziativa e l’orgoglio che già avevano presieduto alla nascita della mostra del 1881, anche l’Expo del 1906 fu finanziata prevalentemente da sovvenzioni di privati, dagli utili di esercizio, dai proventi dei biglietti d’ingresso e da una lotteria nazionale.
Facendosi promotrice di questi eventi espositivi, la città di Milano, in quanto privilegiata depositaria delle qualità e delle dinamiche proprie della modernità in Italia, si pose in entrambe le occasioni come punta avanzata del processo di sviluppo nazionale.
L’Esposizione del 1906 fu dunque una solenne e gioiosa celebrazione dei progressi della scienza, della tecnica, dell’industria, messe al serizio del consorzio umano, in un quadro di pacifico dialogo tra nazioni. Purtroppo, dopo pochissimi anni soltanto, la tragica deflagrazione del primo conflitto mondiale avrebbe travolto e smentito la generosa utopia che le esposizioni universali e internazionali incarnavano, portando alla luce le contraddizioni che vi si annidavano.
A distanza di oltre cento anni, risulta chiaro che sia il 1881, sia il 1906 furono momenti cruciali per Milano e la sua affermazione in ambito nazionale e internazionale, grazie al ruolo primario svolto nel processo di modernizzazione e di industrializzazione del paese; le due esposizioni sono tra i principali avvenimenti che hanno fondato la peculiare identità storica milanese. Ripensando ai temi dell’internazionalizzazione dell’economia, alle problematiche della comunicazione e alle trasformazioni degli stili di vita grazie ai processi di innovazione, che furono al centro dell’Esposizione del 1906 e che sono gli antecedenti di quelli posti dalla globalizzazione, è evidente che l’impegno di Milano per l’Expo del 2015 (onore e oneri) affonda le radici in una profonda e coerente tradizione.
Ilaria M.P. Barzaghi, laureata in Lettere Moderne come storico dell’arte contemporaneista, consegue il Dottorato di ricerca in Storia Contemporanea all’Università degli Studi di Milano. Studiosa di rappresentazione della modernità, in particolare nelle esposizioni universali e industriali, di iconografia e degli aspetti simbolici dei fenomeni sociali, culturali e politici, collabora con il Dipartimento di Storia della società e delle istituzioni dell’Università degli Studi di Milano e con istituzioni culturali pubbliche e private.









